Le parole non servono

5–8 minuti

Non è che il significato non può essere spiegato. Ma ci sono alcuni significati che si perdono per sempre nel momento in cui sono spiegati a parole.

(Haruki Murakami)

Durante il mio soggiorno a Mandalay, una delle città più importanti del paese, le colazioni in ostello erano un momento speciale. La colazione era inclusa nel prezzo, motivo per cui ogni mattina l’ambiente si riempiva di viaggiatori di ogni parte del mondo. Era un buffet, quindi si poteva mangiare a volontà, e nessun viaggiatore squattrinato avrebbe mai perso un’occasione simile. Io per primo. Era anche l’occasione perfetta per incontrare altri viaggiatori, scambiarsi storie e consigli prima di partire ognuno per la propria meta quotidiana. A volte si scopriva di avere itinerari simili e si decideva di esplorare insieme, creando legami spontanei e inaspettati. Il tavolo della colazione diventava un piccolo crocevia di esperienze, lingue diverse che si mescolavano tra il rumore delle tazze di caffè e il profumo del cibo locale.

Quella mattina, come tante altre, mi trovavo seduto tra volti nuovi e conosciuti, chiacchierando distrattamente mentre il giorno prendeva forma. I tavoli erano tutti pieni e l’ostello brulicava di vita. Uno dei ragazzi seduti al mio tavolo era un po’ più socievole degli altri. Olandese, viaggiava anche lui da solo e, con un’educazione naturale, riusciva a coinvolgere il gruppo senza essere invadente. Seduto al centro, animava la conversazione con domande leggere per rompere il ghiaccio. Così, tra un sorso di caffè e una fetta di pane tostato, ci siamo scambiati le solite informazioni: il nostro paese d’origine, il percorso di viaggio fatto finora, le città visitate e le destinazioni future.

Ma tra tutti, notai la ragazza seduta di fronte a me. Silenziosa e sulle sue, non sembrava minimamente interessata ai discorsi del tavolo. Nessuna reazione, nessuna espressione facciale mentre gli altri scambiavano informazioni sui loro viaggi. Nessun sorriso, nessun segno di voler socializzare. Lo trovai strano, ma al tempo stesso rispettabile. Anzi, quel suo atteggiamento distaccato e poco curioso mi incuriosiva ancora di più. Tuttavia, non avendo l’aria di voler chiacchierare, decisi di rispettare la sua scelta e rimanere sulle mie. D’altronde, in viaggio si impara anche il rispetto degli altri e dei loro spazi.

Il ragazzo olandese, a differenza mia, non si fece scoraggiare e, con la sua solita gentilezza, le chiese da che parte del mondo venisse. Fu in quel momento che la ragazza cambiò completamente espressione. Il suo volto si rilassò, divenne più amichevole, e con un gesto delle mani fece capire di non poter parlare e, subito dopo, di non poter sentire.

Rimasi senza parole. Non riuscivo a crederci. Questa ragazza sordomuta viaggiava da sola. Il mio stupore dovette essere evidente, perché lei si voltò verso di me con un sorriso. Le feci subito i miei complimenti, esprimendo il mio rispetto e la mia ammirazione per lei.

Ci spiegò che riusciva a leggere un po’ le labbra e che, con i movimenti del viso, poteva intuire il senso della conversazione. Iniziammo a comunicare con il cellulare e con un taccuino che portava sempre con sé. La mia prima impressione su di lei, quella di una ragazza chiusa e poco socievole, si rivelò del tutto sbagliata. Era invece molto aperta e felice di condividere le sue esperienze, soprattutto con chi, come me, era curioso di sapere del suo viaggio e delle difficoltà che affrontava ogni giorno.

La prima cosa che mi venne in mente fu la difficoltà che questa ragazza affrontava quotidianamente. Avevo sempre pensato che il mio non fosse un viaggio semplice: viaggiare da soli comporta inevitabilmente delle sfide. Bisogna stare attenti, essere prudenti, risolvere problemi da soli. Ma lei, oltre a essere una donna in solitaria, doveva affrontare anche tutte le insidie legate alla comunicazione.

In Myanmar, per esempio, spesso i marciapiedi non esistono. Più di una volta, poter udire un motorino sfrecciare alle mie spalle mi aveva salvato da situazioni potenzialmente pericolose. Lei non poteva sentire quei segnali. Spesso in Asia molte persone non parlano inglese e io stesso avevo trovato difficoltà a farmi capire. Mi sono immaginato cosa volesse dire dipendere interamente da un cellulare o da un traduttore, dover mettere tutto per iscritto per acquistare un biglietto, entrare in un’attrazione o semplicemente comunicare con qualcuno.

Eppure, lei lo faceva. E lo faceva con naturalezza. La sua sfida mi sembrava immensa, eppure non sembrava fermarla. E questo mi fece riflettere. Tutti noi troviamo scuse per non partire. Abbiamo paura di viaggiare da soli, di non saperci esprimere, di sentirci spaesati. Ma lei mi ha insegnato che sono solo scuse. Mi ha fatto capire che i limiti che crediamo di avere spesso esistono solo nella nostra mente. La sua determinazione era un esempio straordinario.

Tra una chiacchiera e l’altra ci rendiamo conto di avere programmi diversi per la giornata, e quindi ci salutiamo con il programma di incontrarci più tardi. Scambiandoci i numeri di telefono decidiamo di incontrarci per l’ora di cena e continuare le nostre conversazioni.

Quella sera ci ritrovammo io, il ragazzo olandese e la ragazza australiana. Tra un’ordinazione e una bevuta, condividemmo le esperienze della giornata, mostrandoci foto e raccontandoci aneddoti. L’olandese, come il più classico dei suoi connazionali, aveva trascorso la giornata immerso nella natura, tra trekking e paesaggi mozzafiato; tra qualche giorno sarebbe tornato a casa. Lei, invece, aveva già visitato Singapore e la Malesia in solitaria e aveva in programma di partire il giorno successivo per visitare il Laos e poi Bali prima di rientrare in Australia.

La serata trascorse tra risate e conversazioni intense. Usavamo il cellulare per comunicare, scambiandoci messaggi e impressioni. Incuriosito, le chiesi se avesse mai avuto difficoltà nel viaggiare da sola. Lei mi rispose con grande serenità che, nonostante qualche ostacolo, le persone erano sempre state comprensive e disponibili. Amo l’Asia anche per questo.

Ad un certo punto, con la genialità che mi contraddistingue, le chiesi quante lingue parlasse. Con un sorriso divertito, mi fece notare che, essendo muta, non parlava nessuna lingua. Mi sentii in imbarazzo, ma cercai di correggermi chiedendole quante lingue capisse. Mi spiegò con pazienza che comprendeva l’inglese scritto e il linguaggio dei segni.

Mi parlò di sé, raccontandomi che lavora per diverse associazioni e che presto entrerà a lavorare negli uffici del parlamento del Victoria, in Australia. Le parlai della mia esperienza australiana e lei mi confessò di non amare particolarmente la mentalità del suo paese, trovando l’australiano medio piuttosto razzista; come darle torto. Dal modo in cui si raccontava si capiva che non solo amava viaggiare e l’indipendenza, ma che possedeva anche una mentalità molto aperta, che la distingueva nettamente dall’australiano medio.

Ci perdemmo nelle nostre chiacchiere, a tal punto che ci accorgemmo di aver completamente escluso il ragazzo olandese dalla conversazione. Ridendo, cercammo di coinvolgerlo di nuovo nel discorso, tornando a condividere esperienze di viaggio e sogni futuri.

Quando uscimmo dal ristorante, l’aria della notte era fresca e leggera. Camminammo insieme fino all’ostello, ancora immersi nella piacevole atmosfera della serata. Prima di salutarci, ci augurammo il meglio per i nostri viaggi futuri, consapevoli che quegli incontri casuali erano ciò che rendeva il viaggio davvero speciale.

Lei, tra tutte le persone che avevo incontrato nel mio viaggio, era stata quella che più di tutte mi aveva lasciato un segno. Mi aveva insegnato che la vita, per quanto difficile, può sempre essere affrontata con il giusto spirito. E che non bisogna avere paura del mondo, perché è molto più accessibile di quanto immaginiamo. Un incontro che mi ha dato tanto e che porterò sempre con me.

Grazie, S., per la tua forza e il tuo spirito. Auguro a tutti di incontrare persone come lei, capaci di ispirare e lasciare un segno nel cuore di chi incrociano sul loro cammino.

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